STORIA > JIGORO KANO > COS’È IL KODOKAN-JUDO

Cos’è il Kodokan-judo

«JUDO»
FEBBRAIO-APRILE GIUGNO-NOVEMBRE 1915
E GENNAIO-MAGGIO 1916

    Teoria del nage-waza

    Col termine nage-waza si suole designare le tecniche per proiettare al suolo una persona che si trovi in posizione eretta, cosa che può sembrare facile in un primo momento e difficile successivamente. Può sembrare facile per il fatto che l’essere umano si presenta con un corpo longilineo che riposa su una piccola base costituita dalla pianta dei piedi; ma non così semplice in un secondo tempo, perché, al tentativo di squilibrio sotto forma di spinta o trazione, l’attacco tenderà a mantenere la posizione spostandosi della direzione opportuna per non cadere. Ma la teoria ci suggerisce il modo per metterlo in disequilibrio anche in quel caso.

Fig 6
Figura 6

    Facciamo un esempio, come da fig. 6. un uomo in piedi in posizione naturale (shizen-hon-tai) ha sul fianco sinistro un altro lato che lo può spingere sia in avanti, puntandogli alla schiena l’indice destro, oppure all’indietro, premendogli sul petto l’indice sinistro. A seconda della spinta ricevuta egli perderà l’equilibrio in avanti o indietro, a meno che non muova un passo nella stessa direzione. Questa è la dimostrazione di come, di fronte all’attacco con un solo dito, un uomo che è semplicemente in piedi sia in condizione precaria e indifesa. Certo che la spinta del dito si può contrastare con la sola forza corporea, ma controspingendo col petto saremmo costretti a piegarci in avanti, dando l’opportunità al dito che spinge la schiena di farci cadere al suolo. Lo stesso se spingiamo da dietro sulla schiena.

    Sintetizzando, non c’è dubbio che la forza di un semplice dito sia sufficiente per gettare a terra un corpo umano che si regge correttamente in piedi quando non si prevede la direzione della spinta (dal petto o dalla schiena). Diciamo che per impedire momentaneamente la caduta basta spostare un piede in avanti o indietro.

Fig 7
Figura 7

    Ora vediamo cosa succede utilizzando anche un piede nell’attacco; spingiamo con un dito la schiena dell’avversario, che si inchina in avanti e reagisce puntando il piede sinistro in avanti; così, se non prendiamo altra iniziativa, il rivale si è garantito la sicurezza muovendo un passo. Ma nel caso che si intervenga con la pianta del piede destro contro il suo tallone (fig. 7), egli non potrà sottrarsi alla caduta. Un’attenzione particolare va posta però nella scelta del tempo per usare il piede. L’azione deve avvenire nel momento in cui il piede sinistro dell’avversario sta per toccare il suo ricevendo il peso corporeo, solo allora si può intervenire facendogli perdere l’equilibrio e spazzandogli il piede verso l’avanti; non certo prima, quando il piede sinistro è lontano dall’appoggio e il destro sopporta ancora il peso del corpo; né dopo, quando il piede sinistro già appoggia e il peso del corpo risulta distribuito.

Fig 8
Figura 8

    Nel caso invece della spinta sul petto dell’avversario, che reagisce indietreggiando la gamba destra (fig. 8), la mossa da eseguire segue la logica del caso precedente, solo che l’intervento va portato sul tallone del piede sinistro, fermo in posizione avanzata. Anche in questo caso il momento decisivo per un intervento pienamente efficace è quello in cui il peso del corpo sta per essere trasferito da un piede all’altro.
    Sono momenti di grande attenzione, in cui la minima imprecisione può compromettere l’impresa. Ma sono anche momenti impagabili, sebbene per assaporarli occorra preparazione ed esperienza. Il conseguimento di tale maestria non è un avvenimento comune, ma ciò non impedisce che tutti ci si possano cimentare. La teoria di può tradurre in pratica; basta allenarsi quel tanto, o col rigore che la teoria richiede, per rendersi conto di come sia facile proiettare n essere umano.
    Dunque se si è addestrati risulta facile gettare a terra per mezzo di un solo dito un essere umano che si trova in posizione eretta; cresce la facilità impiegandone due ed è ancor meglio se aggiungiamo la forza delle altre dita, usando la mano intera. Infatti chi ha poca esperienza riesce meglio così.

Fig 9
Figura 9

    Domanda: se l’avversario mi spinge con la mano sul petto (fig. 9), posso contrastarlo senza indietreggiare il passo, bensì ruotando il busto a destra o a sinistra? Convengo pienamente che si, ma è altrettanto vero che in tal caso basta cambiare la direzione della spinta e invece di attaccare di traverso e violentemente, cosa poco efficace, si spinge perpendicolarmente sul petto del nemico voltato ora da un lato, ora dall’altro, creando un gioco di forza tra la mia spinta e la resistenza delle gambe dell’avversario.

Fig 10
Figura 10

    Altra obiezione: se mi sposto indietro con un piede e poi giro energicamente da un lato, tanto con il corpo che con la gamba, non sarà ancora più difficile per l’avversario gettarmi a terra? Bene, anche in questo caso si può adeguare l’attacco. Il soggetto a sinistra (fig. 10) ha fatto un passo indietro col piede sinistro, torcendo anche il corpo a sinistra; l’altro lo spinge con la mano destra nella direzione appena mutata, ossia perpendicolare alla linea che congiunge i due piedi dell’avversario. Ogni volta che il nemico cambia la posizione dei piedi, si deve adeguare la direzione di spinta. Occorre una mano esperta, cosa senza dubbio non sempre disponibile, se non dopo un addestramento rigoroso; ma siccome tutti dovranno convenire sulla fattibilità teorica, non ci rimane che studiare accuratamente la teoria e allenarci costantemente secondo le nozioni acquisite. Allora un giorno potremo vedere il debole combattere efficacemente contro il forte e verificarsi quei prodigi che sembrano trascendere la capacità umana. Questo è il significato più profondo del Judo, sia pure considerato soltanto come addestramento fisico, a prescindere dalla ricerca spirituale. L’abilità umana non ha limite, tanto che qualcuno continua a ricevere anche dopo decenni di esercitazioni ed esperienze.
    Mi piace a questo proposito citare l’esempio del carboncino «sumi» (inchiostro per calligrafia, in pratica una matita di nerofumo in forma poliedrica). Questo oggetto, adagiato per lungo su un tavolo, come avviene normalmente, si trova nella posizione di massima stabilità. Anche se viene appoggiato sulla base più stretta, rimane sufficientemente stabile, in assenza di una spinta. Se lo appoggiamo in una posizione obliqua, rimarrà ugualmente in equilibrio purché l’inclinazione lo consenta, altrimenti ricadrà adagiato. Ma la teoria suggerisce ce esiste un’altra posizione sulla quale il carboncino può mantenersi in piedi, sia pure con difficoltà, ed è sulla superficie ristretta dello spigolo minore. Si capisce che questa è una posizione estremamente precaria, perché basta una vibrazione del tavolo, o un leggero movimento dell’aria, per fallire l’impresa. Dunque, teoricamente è possibile farlo rimanere in equilibrio instabile, se si riesce a trovare il mondo giusto in cui disporlo.
    Ho citato questo esempio perché esprime bene il nostro argomento. A esempio, spingendo con una mano il petto dell’avversario, lo possiamo portare nell’esatta posizione del carboncino che abbiamo descritto per ultima, e cioè in equilibrio instabile in cui non cade, ma nemmeno ha forza per reagire. Questa è una possibilità del Judo a cui potremo arrivare dopo numerosi allenamenti ed esperienze.
    La stessa condizione si può ottenere anche squilibrando in avanti come dell’Hiki-otoshi (far cadere tirando). Quando tiro l’avversario, egli avanza un passo più lungo, ma senza perdere l’equilibrio; la terza volta dovrei applicare una forza misurata, tanto da non farlo cadere ma neanche rimanere stabile, così da portarlo in bilico in un punto intermedio tra il cadere e lo stare in piedi, posizione davvero disagevole. Chi raggiunge tale livello di maestria nel dosaggio della forza, ha raggiunto la più alta perfezione del Judo. Tanto ardua è la strada per cui chi rimane distante anche un solo passo dalla maestria, ha già conquistato la nostra piena approvazione. Ci alleniamo, siamo più esperti di ieri, domani potremo essere più vicini alla meta ideale.
    Abbiamo detto che ci sono diverse tecniche che compongono la strategia del nage-waza. Vediamone alcune, cominciando da Ko-soto-gari, che ritengo importante per i principianti più nell’esercitazione teorica che in quella pratica.

Fig 11
Figura 11: Ko-soto-gari

    1. Ko-soto-gari è un waza di proiezione che si esegue sull’avanzare dell’avversario usando la pianta del piede contro il tallone, come mostra la fig. 11.
    Si può usare il piede anche facendo contatto col fianco, invece che di pianta, e in questo caso va inarcato leggermente come una falce; l’occasione può presentarsi quando l’avversario avanza spontaneamente, altrimenti saremo noi a sollecitarlo, tirandolo per la manica su cui effettuiamo la presa (fig. 11).
    È difficile proiettare se l’avversario, avanzando un passo per reagire alla trazione, sposta il peso del corpo in avanti. Ma spesso si ottiene che il passo sia più lungo di quanto egli non si attenda, cosicché le gambe si distanziano troppo e il peso del corpo rimane distribuito tra i piedi. L’intervento con la pianta del piede va effettuato proprio nell’attimo in cui il piede proteso e far cadere il corpo a terra. La spinta col piede non deve avvenire quando il peso del corpo gravita ancora tutto sul piede arretrato, ma quando l’altro piede è prossimo al suolo; quindi non tanto in anticipo da rendere l’azione inefficace. L’attenzione deve essere concentrata, sulla scelta dell’attimo giusto, in modo che sia necessaria una forza minima.
    Ho usato il termine «osu» (spingere), in luogo di «harau» (colpire, falciare), sebbene quest’ultimo sia più indicato nel caso di Ko-soto-gari, perché l’atto di spingere con la pianta del piede esige questa forza esigua, attuata al momento giusto, per cadere l’avversario. C’è un’altra ragione: la reazione che la parola «harau» suscita fra gli allievi provoca la tendenza a dare priorità alla forza piuttosto che alla scelta del momento giusto. Io mi servo del termine «osu» soprattutto di fronte ai novizi per richiamare la loro attenzione sul momento giusto.
    Circa il vantaggio o lo svantaggio nell’usare il piede di fianco o con la pianta, dirò che è opportuno usare quest’ultima quando i contendenti si trovano nella posizione della fig. 11 (un po’ di fianco); mentre quando sono proprio dirimpetto conviene usare il fianco del piede, più veloce e comodo. A ogni modo la scelta va lasciata al gusto e alla preferenza del singolo individuo. A volte avviene che tirando il rivale per attaccare con Ko-soto-gari ci troviamo fra i piedi quello avanzante dell’avversario, e a quel punto non faremo altro che spazzarlo tempestivamente con la pianta del piede. Questo si chiama De-ashi-barai.

Fig 12
Figura 12: Ko-uchi-gari

    2. Ko-uchi-gari. Come in Ko-soto-gari, l’approccio al rivale è identico: se non si verifica l’opportunità che egli avanzi spontaneamente, bisogna tirarlo per la manica. Il momento giusto per attaccare con il waza Ko-uchi-gari è quando il suo piede avanza verso di me con un’inclinazione verso l’interno. A differenza di Ko-soto-gari, esso si avvale sempre e soltanto della pianta del piede (fig. 12), perché è un gesto più naturale ed evita il rischio di urtare il malleolo, come succede spesso quando si attacca col fianco.
    È superfluo insistere sul tempismo, che deve avere priorità su ogni altra cosa; una volta acquista la destrezza, ognuno giostrerà aggiungendo velocità all’azione delle braccia, o forza nel colpire o falciare. Tutto concorre a ottenere un buon esito.
    Sia in questa, che nella tecnica precedente, ho preso in esame solo i casi in cui rivale si muove con un passo avanti, ma il discorso vale anche per quelli inversi, ossia quando il rivale indietreggia; si interviene allora sul piede anteriore che appoggia, come gia abbiamo accennato nella teoria generale.

Fig 13
Figura 13: Tsuri-komi-ashi

    3. La tecnica Tsuri-komi-ashi (presente nel Gokyo del 1895) ha come varianti Sasae-tsuri-komi-ashi e Harai-tsuri-komi-ashi. La prima è un waza che esige una certa forza. Vediamo nella fig. 13 che il soggetto di sinistra tira il rivale con entrambe le mani, tenendolo per la manica e il bavero, bloccandogli nel contempo la caviglia con la pianta del piede. L’azione che ne consegue è uno squilibrio obliquo dell’avversario, per poterlo di conseguenza proiettare. È un movimento forte e efficace, che richiede una preparazione accurata.
    Nelle tecniche precedenti abbiamo preso a esempio le situazioni ideali in cui l’avversario avanza spontaneamente il piede, ma fra gli esperimenti questa situazione si verifica raramente, per cui torna utile la tecnica Sasae-tsuri-komi-ashi, sempre che egli non avanzi anche col piede posteriore, spostando così il peso del corpo e vanificando l’azione intrapresa. Qui l’attenzione maggiore va posta sul tirare l’avversario. Per avere un risultato ottimale, la forza che spinge il piede e quella che tira il busto devono agire in senso opposto; diversamente si provoca una situazione pericolosa, come nell’esempio di prima, in riferimento all’avanzamento del piede arretrato del rivale. La sottigliezza di questa tecnica consiste nel mettere l’avversario nell’impossibilità di reagire col piede posteriore, usando l’accorgimento di dosare la forza di trazione e di ruotare lateralmente il proprio corpo.
    Harai-tsuri-komi-ashi può essere considerata una tecnica che supplisce al punto debole di Sasae-tsuri-komi-ashi, quando c’è il rischio si fallire perché il tentativo di sbilanciare l’avversario risulta poco efficace e provoca quell’avanzamento del piede posteriore che vanifica l’esito dell’azione. Tra le diverse possibilità di applicazione, ne riporterò una sola; i due contendenti si trovano in migi-shizen-tai (posizione naturale destra) con la presa di entrambe le mani. Come prima mossa tiro energicamente con la mano destra il lato sinistro del bavero dell’avversario. Non appena egli flette in avanti il busto e avanza di un passo col piede sinistro, lo trascino di forza con la mano0 con cui tengo la manica, spostandone il corpo. Il rivale cercherà senza meno di avanzare, muovendo il suo piede destro: è questo il momento in cui falcio con la pianta del piede sinistro la parte più bassa del suo piede arretrato appena sollevato, provocando così la caduta.

Fig 14
Figura 14: Hiza-guruma

    4. Hiza-guruma. È una tecnica simile a Sasae-tsuri-komi-ashi, ma con la differenza che invece della caviglia si attacca il ginocchio. Come dimostra la fig. 14, questa mossa è opportuna quando l’avversario si abbassa a ginocchia piegate. L’incavo del piede si porta esternamente sotto la rotula del ginocchio del rivale e, sempre tenendolo per la manica e il bavero, si blocca il suo ginocchio posteriore, trascinando l’avversario letteralmente verso il nostro corpo. È vero che questa è una tecnica efficace di fronte ad avversari con le anche abbassate, ma di fronte a quelli abili l’impresa può risultare tutt’altro che facile, a causa della resistenza che oppongono per non farsi squilibrare. Ora immaginiamo la presa migi-shizen-tai del paragrafo precedente riferita a Harai-tsuri-komi-ashi. Io tiro energicamente con la mano destra il bavero dell’avversario e, nel momento in cui egli avanza con il piede sinistro inchinandosi verso di me, con l’altra mano tiro forte la sua manica, intervenendo nel contempo con la pianta del piede sinistro a bloccare il suo ginocchio destro. Questo procedimento facilita l’azione di mettere in disequilibrio o sbilanciamento gli avversari molto addestrati, ma generalmente si usa anche con gli altri.
    Ci sono altre maniere di applicare questo waza, ma di solito Hiza-guruma è poco indicato per allievi con una vasta esperienza, mentre è utilissimo e consigliato ai principianti e soprattutto nei primi confronti. È facile da apprendere e presenta poche difficoltà di caduta, in quanto la proiezione viene effettuata da un’altezza inferiore rispetto ad altre tecniche e perciò si sopporta meglio. È una tecnica invitante che dà soddisfazioni ai novizi. Una cosa da ricordare: la forza che controlla il ginocchio, e quella trainante che squilibra il corpo, devono agire nella stessa direzione, a differenza di Sasae-tsuri-komi-ashi; di modo che, considerando il ginocchio come perno, io possa trascinare l’avversario verso di me per poi farne ruotare il corpo fino al suolo.

Fig 15
Figura 15: Uki-goshi

    5. Uki-goshi appartiene al gruppo Koshi-waza (Famiglia dei colpi d’anca), fra i cui componenti l’ho scelto per la semplice ragione che conoscendolo introduce a tutte le finezze dei movimenti d’anca.
    In breve, la tecnica di Uki-goshi ha la sua maggiore opportunità quando il rivale si china leggermente dalla posizione eretta, o si innalza per sollevarsi. A esempio, se comincia a piegarsi, mi allungo estendendo il corpo portandomi di anca al suo addome (come nella fig. 15), allacciando energicamente col braccio intorno al tronco e mantenendo con l’altra mano il gomito; sporgendo l’anca e torcendo il busto lateralmente, tirando un poco verso il basso la mano che immobilizza il suo gomito.
    Nel caso in cui egli spieghi il corpo diritto verso di me, posso caricarlo sul fianco destro o quello sinistro; mentre se si piega inclinando a destra userò  l’anca sinistra e viceversa.
    Facciamo alcune considerazioni. Circa il contatto, il corpo dell’esecutore deve avere la massima aderenza a quello del rivale, perché abbassando troppo l’anca, si lascia uno spazio fra il proprio dorso e il petto del rivale e per quanto la presa alla manica e attorno alla vita possa essere forte, sarebbe sempre insufficiente a stabilire il controllo dell’equilibrio.
    Una seconda considerazione riguarda il perché non afferrare la cintura anziché stringere il corpo; ma l’atto di afferrare richiede più tempo ed è meno efficace dell’aderenza della mano e dell’aderenza della mano e dell’intero braccio. Nel caso poi di insufficienza della stretta, si indebolirebbe l’ultimo intervento, e cioè quello si torcere il busto per atterrare il rivale.
    Ma perché torcere il busto invece di piegare l’anca? Per essere più veloci, impiegando uno sforzo minore, lasciando così minor possibilità a una eventuale reazione dell’avversario.
    Infine l’ultimo, il più rilevante e interessante punto della tecnica di Uki-goshi. In genere tutte le tecniche del Nage-waza vengono spiegate col principio di leva e l’Uki-goshi è quella che lo illustra meglio. La leva è l’anca, con cui si solleva il peso della parte inferiore del corpo; la forza da impiegare è quella che torce il busto e della mano che tira il gomito dell’avversario. Se ci si addossa il corpo dell’avversario bilanciato tra la parte superiore e quella inferiore, facendo perno sulla leva dell’anca, possiamo proiettarlo agevolmente e con minimo sforzo.
    Abbiamo visto la precarietà della posizione di fronte alla spinta di un semplice dito e la sua instabilità sarà ancora maggiore agendo con la flessione e l’inclinazione del nostro corpo. Chi avrà la capacità di padroneggiare la teoria e pratica di questo principio di leva, sarà riuscito a impossessarsi delle tecniche più prestigiose fra quelle del nage-waza. Il segreto sta nelle anche, un apparato che gia di per sé sopporta un notevole peso. In una condizione particolare, come nell’Uki-goshi, si richiede una minima presentazione di sforzo, ma veloce come l’attimo del batter d’occhio. Da questo possiamo imparare che, per effetto delle condizioni dinamiche, anche una persona di poca prestanza, purché capace di sopportare in condizioni normali e per un attimo un peso considerevole, potrà reggere anche un peso enorme.

Fig 16
Figura 16: Tomoe-nage

    Lungo è il discorso sul nage-waza. In questa occasione terminerò parlando di Tomoe-nage.
    Nella fig. 16 un soggetto allungato al suolo cerca di proiettare il rivale. Tomoe-nage è una tecnica rischiosa, in quanto si può essere contrattaccati a terra se non se ne cura l’opportunità ma è molto indicata contro un rivale piuttosto forte e resistente. L’approccio con il rivale, in posizione shizen-hon-tai, può avvenire con le mani sui baveri all’altezza del collo (all’occorrenza con la presa di spalla, cioè sulla parte alta delle maniche), tirando leggermente a sé. Se l’avversario si piega appena con la parte superiore del corpo, ma senza avanzare col piede, è il momento di intervenire con Tomoe-nage. Senza perdere tempo ci lasciamo cadere sul dorso, con un piede in appoggio al suolo e l’altro all’addome dell’avversario (la punta del piede dovrebbe toccarlo all’altezza dell’ombelico), poi drizziamo la gamba piazzata sull’addome tirando i baveri con le mani. L’avversario, coi piedi in aria, ci passa sopra cadendo oltre. Ma anche se tirarlo inizialmente, se egli avanzasse spontaneamente, inchinandosi o flettendosi, sarebbe ancor meglio, anzi questo sarebbe il momento ideale per il Tomoe-nage. A ogni modo è importante e necessario che il rivale non muova i piedi ; perché se si inchina avanzando di piede, rimane difficoltoso appoggiare la pianta del piede sul suo addome. Spesso il piede scivola fuori, o magari si pone di traverso, e in un caso come nell’altro l’azione risulta inefficace. Altrettanto importante è la posizione del piede quando la gamba, distendendosi mentre le braccia tirano, esegue la proiezione. La punta del piede deve trovarsi più sulla verticale del nostro viso che su quella delle mani, ma se detta corrispondenza si sposta all’altezza dell’altra gamba che è appoggiata al suolo, è ovvio che è quasi impossibile proiettare il corpo del rivale.
    Il Tomoe-nage si avvale della forza della gamba con l’ausilio delle braccia che tirano e dunque qualsiasi peso, anche enorme, può venire comodamente controllato, sempre che la gamba riesca a sopportarlo. Fin qui ho esaminato soltanto alcune fra le numerosa opportunità che permettono l’applicazione di Tomoe-nage. Le teorie si differenziano una dall’altra, ma tutte hanno un identico punto in comune; ogni tecnica cerca la sua realizzazione attraverso la forza fisico mentale impiegata con la massima efficacia.

Vai al paragrafo precedente: La struttura immediata del Judo | Vai al paragrafo successivo: Progressione degli esercizi