STORIA > JIGORO KANO > NORME PER L’ARBITRAGGIO DEL RANDORI

Norme per l’arbitraggio del randori

«JUDO»
GIUGNO-LUGLIO 1915

    L’arbitraggio dei combattimenti «randori» non dovrebbe avere un regolamento scritto in quanto la norma prestabilita autorizza l’interpretazione personale. Tuttavia affrontando sul piano pratico la grande diffusione del Judo, si devono considerare gli inconvenienti che potrebbero sorgere in mancanza di regole comuni, per cui si ritiene necessario stendere una regolamentazione ispirata alle consuetudini della tradizione.

    1. Nella scuola Kodokan le tattiche ammesse nei combattimenti randori sono il nage-waza e il katame-waza.
Questo perché nel dojo, luogo di allenamento, viene data la preminenza all’incolumità dei combattenti, mentre nei combattimenti veri (shinken-shobu) è previsto anche l’uso dell’atemi-waza

    2. il nage-waza comprende tachi-waza e sutemi-waza, mentre il katame-waza include shime-waza, osae-waza e kwansetsu-waza.
    Tachi-waza riguarda tutte le tecniche dalla posizione eretta, quali ahi-nage,  koshi-nage o seoi-nage e anche le proiezioni col ginocchio a terra (otoshi), purché non si tocchi il suolo con la spalla o l’anca. Sutemi-waza è il nome che indica altre tecniche di proiezione eseguite con l’aiuto di gamba, braccia, o anca, ma caratterizzate da una caduta volontaria sul dorso o su un fianco. Shime-waza comprende le tecniche di soffocamento con compressione alla gola o all’addome usando le braccia, gambe e anche la casacca; però l’art. 15° esclude dai combattimenti randori la tecnica Do-waza (strangolamento dell’addome) perché risulta poco efficace tra contendenti di pari forza, mentre diventa pericolosa quando la forza è impari in quanto, insistendo nella compressione, presenta il rischio di fratturare le costole e pregiudicare l’apparato intestinale. Gli osae-waza consistono in controlli al suolo che limitano la libertà offensiva dell’avversario. Kwansetsu-waza comprende tecniche che minacciano di forzare l’articolazione del collo, delle braccia e delle gambe mediante un piegamento o un’estensione forzata; è sempre rischioso un attacco imprevisto di kwuansetsu-waza, specie se si tratta dell’articolazione cervicale, cosa che richiede una grande attenzione da parte dell’arbitro.

    3. L’esito dell’incontro sarà determinato dal conseguimento di due prove vittoriose (sanbon-shiai), a eccezione di casi che prevedono una sola prova (ippon-shiai).
    Una sola prova di vittoria o di sconfitta potrebbe essere considerata accidentale o fortuita e più di due prolungherebbero troppo il confronto. Una sola vittoria è prevista invece nei combattimenti a squadre, a esempio fra «bianchi e rossi» (koaku-shiai), per guadagnare tempo, essendo numerosi i partecipanti e non pregiudicando una sola prova l’esito globale finale.

    4. Nel momento in cui un contendente realizza la vittoria col nage-waza o il katame-waza, l’arbitro dichiara «Ippon» («un punto»: riconoscimento dell’azione), assegnando la vittoria dell’incontro se si tratta di prova unica, indicando invece di continuarlo se si tratta dell’incontro a due prove. Il combattimento con l’annuncio «Nihon» (due vittorie) da parte dell’arbitro, quando il contendente gia qualificato dal primo ippon realizzerà una nuova azione giudicata punto.
    Nei combattimenti a due prove, se l’ippon si alterna, l’arbitro farà segno di continuare la gara finché non la fermerà pronunciando «Nihon» allorquando uno dei contendenti avrà realizzato la seconda vittoria. Qualora la gara si prolunghi oltre il tempo determinato, in assenza di conclusione definitiva, l’arbitro può adottare il principio della prova unica e scegliere come vincitore colui che per primo consegue l’ippon. Così l’arbitro può considerare l’incontro a prova unica, sospendendo l’incontro e assegnando la vittoria al detentore della prima azione riconosciuta quando, dopo una vittoria realizzata da parte di un contendente la disputa si prolunga per troppo tempo. Una precisazione sulla formula «Nihon»: è consuetudine annunciare «Ippon» in ogni prova di vittoria; per la seconda vittoria perciò si dirà prima «Ippon» e poi «Nihon», che significa «due ippon». Si può anche usare il termine sintetico «Awasete-ippon» (ippon integrante). Per quanto riguarda la durata della prova complessiva, essa sarà preventivamente stabilità dagli arbitri.

    5. Nel caso ce un combattimento a prova unica si protragga oltre il tempo determinato, l’arbitro può mettervi fine dichiarando «Hikiwake» (parità). Allo stesso modo se nel sabon-shiai (gara che prevede tre ippon come punteggio massimo, intendendo che vince il contendente che realizza il secondo) la prova si prolunga oltre il tempo stabilito senza giungere a un ippon, l’arbitro può trasformare l’incontro in prova unica e mettervi fine con la parola «Hikiwake».
    Si deduce chiaramente che è facoltà dell’arbitro porre fine ai combattimenti con la formula «Hiki.wake» qualora sia necessario. Tuttavia è nostra consuetudine segnalarlo in anticipo, a esempio: « Fra poco sarà hikiwake», che è un modo di cortesia verso i combattenti. La stessa prassi è utilizzata anche per annunciare un eventuale prolungamento della gara.

    6. Un’azione di nage-waza che non sia proprio all’altezza del waza perfetto (ippon), verrà riconosciuta con la formula «Waza-ari»; ugualmente nel katame-waza. Nel caso che il fatto si ripeta diverse volte nello svolgimento del combattimento, sarà facoltà dell’arbitro decretare un ippon integrato («Awasete-ippon»), che risulta da più prese non perfette.
    Nel caso in cui entrambi i contendenti abbiano realizzato azioni non perfette, se uno dei contendenti riesce a realizzarne una perfetta, a quel punto l’arbitro pronuncerà «Ippon» sospendendo immediatamente l’incontro invece di pronunciare la formula integrata.
    È difficile tradurre in parole i vari valori rappresentati dalla formula «Waza-ari». Un punto di riferimento può essere il seguente; un’azione tecnica imperfetta, ma che abbia la parvenza di un waza, sarà valutata al 60% di riuscita; le azioni intermedie fra questa e un’azione degna dell’ippon, saranno valutate nelle percentuali del 70,80,90%. Due prese valutabili una al 90% e l’altra al 80% possono ottenere una valutazione «Awasete-ippon», non così due azioni valutabili al 60% e al 70% (equivalenti all’attuale «yuko» o «waza-ari-nichikai-waza»). In ogni modo tutto è affidato al buon senso dell’arbitro in ogni circostanza.
    Come comportarsi però se al contendente A viene aggiudicato «Waza-ari» al 90% nella prima prova e successivamente il B realizza un ippon aggiudicandosela? La domanda è questa: il waza-ari del contendente A è da conteggiare per la seconda prova, oppure perde efficacia?A perde comunque il valore della sua azione, in quanto una prova è portata a compimento da B con ippon; soltanto che la vittoria di B in questo momento rimane precaria data la scarsa differenza di percentuale, e non sarebbe avvenuta se A avesse realizzato subito un altro waza-ari al 60 o al 70%. L’arbitro, in considerazione di questo, potrà decidere di portare l’incontro a tre prove, dando l’occasione a un nuovo cimento, giudicando B al 90% a meno che questi non riesca a eseguire un waza prestigioso; e giudicando A con ippon se costui realizza un waza degno di valore anche se non perfetto. L’arbitraggio può essere elastico, ma rigoroso nel rispetto delle percentuali di valore.

    7. Condizioni valevoli per l’ippon nel Nage-waza.
    a. La caduta non deve risultare per errore o caduta intenzionale, bensì per attacco dell’altro, o nel tentativo di sganciarsi dal medesimo.
    b. La caduta di norma deve avvenire sul dorso.
    c. La caduta deve avvenire accompagnata da una certa velocità, ossia impetuosità.
    Il termine di «caduta intenzionale» si riferisce a quando si attacca mediante un Su temi-waza, come Tomoe-nage o Yoko-nage, gettandosi quindi volontariamente al suolo, ma con esito negativo, ossia senza poter proiettare l’avversario. «Per errore» si intende invece ogni qualvolta si cade nell’intento di attaccare o altro, ma accidentalmente o per condotta imprudente.
    «la caduta deve avvenire sul dorso» perché se avviene in posizione prona, per quanto sia forte l’impeto della proiezione, si potrebbe  appoggiare le mani al solo evitando in tal maniera l’impatto e avendo anche modo di rialzarsi immediatamente per un nuovo attacco. Lo stesso vale quando si cade di fianco, sempre che non si venga scaraventati con troppa energia.
    Comunque l’arbitro può decretare il punteggio «Ippon» anche se la caduta non avviene del dorso, a seconda dell’impostazione dell’azione. Nel paragrafo c)si spiega che anche una caduta sul dorso può essere valutata non determinante se manca forza e rapidità, per cui il lottatore non subisce alcun disagio e può rimettersi subitamente in piedi roteando il corpo.

    8. Il contendente che, può essendo proiettato con una tecnica di Nage-waza, riesce in un modo o nell’altro a sottrarsi al controllo prima di toccare il suolo, non merita di essere giudicato sconfitto.
    L’articolo contempla i casi in cui, nonostante l’attacco sia stato portato con efficacia, tuttavia il difensore, prima di cadere pesantemente sul dorso riesce, volteggiando in aria, a toccare coi piedi, come può avvenire con Tomoe-nage e anche nel caso di Koshi-nage, quando l’attacco avviene con troppa imprecisione e, per evitare la caduta sul dorso all’assalito basta torcere il corpo o appoggiare le mani al suolo sia rimettendosi in piedi che rimanendo carponi.

    9. Qualora sia palese e manifesto che il contendente proiettato abbia toccato il suolo in conseguenza del waza dell’avversario, per quanto sia veloce e agile a rimettersi nella posizione positiva, sarà sempre giudicato sconfitto.
    Ciò significa che quando il proiettato è caduto pesantemente al suolo, nessuna azione che possa compiere ruotando o rialzandosi immediatamente sarà considerata utile a evitare la sconfitta.

    10. È facoltà dell’arbitro attribuire il valore di «ippon» (esorbitando anche all’art. 7°) quando nel caso di un nage-waza, nonostante l’attacco riuscito ed efficace, non si verifica una caduta nel modo previsto a causa dell’assalito che, non avendo voluto staccare le mani dall’avversario, rimane aggrappato.
    Un esempio chiarificatore dice che la caduta non può essere considerata soddisfacenti alle condizione dell’art. 7°, se nell’attacco, a esempio, di Koshi-nage pur riuscito, l’assalito rimane agganciato alle mani o ai baveri o alle maniche della casacca dell’avversario. In tal caso, se l’arbitro stima sufficiente l’esecuzione dell’attaccante nell’ipotesi che l’assalito avesse sganciato le mani, è lecito valutarla «Ippon». Qualcuno può obiettare che sia a penzoloni che abbracciato, basta che non cada come previsto dall’art. 7° per non essere sconfitto. Dirò subito che non è così, in quanto una tale tattica non è legittima nel caso di combattimento vero, ma si concede solo nel randori, considerato sempre come allenamento, o come avvenimento di preparazione a una circostanza reale. Inoltre questa tattica è pericolosissima, nel caso che l’attaccante mantenga il contatto gettandosi con tutto il peso del corpo sull’assalito, perché può procurare un danno grave contrariamente a quando si cade normalmente al suolo. Pertanto stabiliamo questa regola perché nei combattimenti randori ci facciamo dovere di intervenire in anticipo ad assicurare l’incolumità dei combattimenti.

    11. Nel katame-waza la fine dell’incontro sarà segnalata all’arbitro dall’assalito battendo il suolo o il corpo, sia con la gamba che con la mano, per due o più volte; oppure pronunciando la formula «mairi» (resa; anche «maita»: mi arrendo), a eccezione dei casi in cui l’arbitro, ponderate le circostanze, deciderà lui stesso il risultato senza aspettare il segnale sopraccitato.
    La necessità di «due o più colpi» è per non trarre in inganno l’arbitro ed escludere che il segnale sia casuale come può avvenire nel dibattere il corpo per liberarsi, ma è veramente l’annuncio della sconfitta, anche se in pratica sono sufficienti due colpi. Abbiamo modificato la clausola del regolamento precedente da: «battendo… il corpo dell’avversario», con: «battendo… il corpo», considerando che a volte è più comodo battere sul proprio che su quello dell’avversario.
    La norma per cui l’arbitro può decidere il momento della resa senza attendere il segnale previsto è stata decisa in considerazione di alcuni casi come negli esempi riportati: a) nell’osae-waza, quando il contendente assalito non decide di segnalare la resa per il fatto che non avverte dolore o senso di svenimento; b) nel shime-waza quando succede che l’assalito non si arrenda pur essendo sotto compressione; altrettanto nel kwansetsu, quando un ulteriore resistenza o sopportazione può pregiudicare l’incolumità del contendente.

    12. per il contendente che, a causa di ferita verificatasi durante il combattimento, non è più in grado di continuare la gara, sono previste le seguenti disposizioni relative allo svolgimento o alla circostanza del caso, debitamente esaminata e valutata dall’arbitro.
    a. Comporta la sconfitta un ritiro in cui la causa del ferito è dovuta unicamente all’azione o alla disattenzione commessa dal ferito senza alcuna responsabilità da parte dell’avversario.
    b. Comporta la vittoria un ritiro in cui la causa del ferimento è dovuta unicamente all’azione o alla disattenzione commessa dall’avversario, senza nessuna responsabilità da parte del ferito.
c. È equivalente al pareggio la circostanza in cui la causa del ferimento è dovuta all’azione o alla disattenzione di entrambi i concorrenti, oppure quando sorgano difficoltà nello stabilire la responsabilità.
d. È equivalente alla sconfitta o al pareggio quando, stabilita dall’arbitro la possibilità di continuare la gara, il contendente ferito rinuncia giustificatamene all’incontro.
Nello svolgimento della gara possono verificarsi degli incidenti e la responsabilità verrà attribuita al ferito o all’avversario secondo le circostanze.
a. Il ferito è punibile per non aver usato in modo corretto il suo corpo, oppure per mancata attenzione.
b. Il caso contrario dell’art. precedente, per le stesse ragioni.
c. Capita anche il caso in cui si è costretti a giudicare il pareggio.
d. Succede a volte che il contendente ferito dichiari di non poter continuare la gara; è il momento in cui l’arbitro deve valutare  sospettare la legittimità della condizione del ferimento: se nasce dalla vigliaccheria o dal timore di non poter vincere l’avversario troppo forte, oppure se deriva da una motivazione ragionevole per rinunciare. Sarà la stima o il buon senso dell’arbitro a decidere la sconfitta o il pareggio.

13. Per il contendente che rinuncia alla gara non per motivo di ferimento, bensì per qualche alterazione fisico-mentale sopravvenuta dopo essersi presentato, saranno applicate la sospensione dalla gara o le disposizioni contemplate nell’articolo precedente.
A volte, all’inizio o durante il combattimento, uno dei contendenti chiede di sospendere l’incontro appellandosi a qualche disfunzione fisico-organica e l’arbitro deciderà se sospendere la gara o se è il caso di applicare l’articolo 12°.

14. Per gli atti di scorrettezza verificatisi durante il combattimento, l’arbitro ha la facoltà di sospendere immediatamente la gara e di infliggere la sconfitta in considerazione della gravità dell’infrazione avvenuta.
L’articolo vuole significare la facoltà insindacabile dell’arbitro in riferimento all’inosservanza degli atti che regolano il retto comportamento del judoista, quali a esempio la disobbedienza al richiamo, meritevole di sospensione; oppure la totale mancanza di rispetto verso l’avversario o l’arbitro.

15. Dal programma del combattimento randori sarà escluso il Do-waza, rientrante nella categoria del shime-waza, e saranno escluse le lussazioni alle dita, al polso e alla caviglia previste nella categoria del kwansetsu-waza; altrettanto non faranno parte del programma le tecniche «Ashi-garami» (leva alle gambe).
Do-waza è escluso dal randori per le ragioni esposte nell’art. 2°. L’esclusione delle varie tecniche di lussazione è dovuta al loro effetto immediato e subitaneo, per cui si rischia di ferire prima ancora che l’arbitro possa rilevarle. È ugualmente esclusa la tecnica «Ashi-garami» essendo anch’essa pericolosa, se si oppone anche per poco tempo resistenza a un attacco veloce  subitaneo.

16. Lo scopo dei combattimenti randori consiste nel creare l’occasione di esplicare possibilmente entrambe le strategie de nage-waza e del katame-waza. In nome di questo principio l’arbitro è tenuto a intervenire qualora un contendente, contrapponendosi alla volontà dell’altro, cerca di insistere in una tattica preferita.
Si è verificato talvolta che uno dei contendenti, non essendo allenato nel katame-waza, fuggisse girando intorno all’avversario per timore di essere attaccato, perdendo inutilmente tempo. Pertanto sarà dovere dell’arbitro valutare l’avvenimento e, se la cosa si prolunga richiamare i contendenti affinché effettuino la presa per dare inizio alla gara. Lo  stesso provvedimento sarà applicato anche al contendente che, essendo inesperto nel nage-waza, invece di combattere in piedi, cerca di trascinare al suolo l’avversario per indurlo alla lotta a terra.
Il momento di intervenire è a discrezione dell’arbitro, ma si consiglia di farlo quando è trascorsa metà del tempo prefissato e non oltre due terzi del tempo stabilito. A ogni modo l’arbitro può non intervenire anche per tutto il tempo della gara nel caso che entrambi i contendenti preferiscano combattere con il katame-waza stando seduti a terra, o altrettanto quando né uno né l’altro sembrano preferire la lotta a terra rimanendo in posizione eretta per tutto il tempo dell’incontro.